50 anni di Radio
La Sentenza n. 202 del 28 luglio 1976 della Corte Costituzionale rappresenta un cruciale spartiacque nella storia della comunicazione in Italia. Questo storico pronunciamento mise fine al monopolio esclusivo della RAI, aprendo la strada alla nascita delle cosiddette “radio libere”.
Fino alla metà degli anni Settanta, lo Stato aveva rigidamente difeso il controllo pubblico sull’etere, giustificandolo con la necessità di garantire il pluralismo informativo e l’accesso democratico a diverse correnti di pensiero. Tuttavia, il progresso tecnologico e la diffusione dei trasmettitori in modulazione di frequenza (FM) resero questo modello obsoleto. Iniziarono così a sorgere le prime emittenti private e non commerciali che sfidavano apertamente i sequestri delle autorità .
La svolta decisiva arrivò dopo i ripetuti interventi dei pretori locali, che sollecitarono il giudizio della Consulta. Con la storica decisione del 1976, la Corte Costituzionale stabilì che il monopolio statale violava l’articolo 21 della Costituzione sulla libertà di espressione, dichiarandolo illegittimo per le trasmissioni via etere in ambito locale. La riserva pubblica rimase valida solo per le frequenze nazionali, ma l’effetto pratico fu dirompente.
Crollò il divieto di installare e utilizzare ripetitori privati, a patto che il segnale rimanesse circoscritto al territorio locale. Questo sdoganamento portò a un’esplosione immediata di nuove stazioni in tutta la penisola, dando vita a un fenomeno che rivoluzionò la cultura, la musica e l’informazione italiana. Al tempo stesso, la mancanza di una regolamentazione immediata diede inizio alla stagione della “giungla dell’etere”, un vuoto normativo sulle frequenze che si sarebbe colmato solo molti anni dopo, nel 1990, con l’approvazione della Legge Mammì.



