Diritti e direttori

Il “Diritto d’Autore” era già conosciuto nel Medioevo. All’epoca, della cultura erano depositari i monasteri, i quali conservavano enormi biblioteche. Con la nascita delle università, queste iniziarono a richiedere quei manoscritti per motivi di studio, e così si andò fino alla nascita delle cosiddette officine scrittorie, ovvero quei luoghi nei quali gli amanuensi riproducevano a mano i testi.
Pur non esistendo, a quei tempi, un vero e proprio “Diritto d’Autore” c’era qualcos’altro che ne faceva le veci, cioè le maledizioni scritte sulla prima pagina del manoscritto.
In realtà, dunque, la storia del Diritto d’Autore vero e proprio inizia con i libri, con i primi privilegi e monopoli concessi ai loro stampatori.
La prima a concedere il diritto di copia esclusivo, anche in via retroattiva per le opere pubblicate precedentemente, fu Maria I d’Inghilterra, nel 1557.
La prima vera “Legge sul Copyright” fu emanata invece nel 1710 dalla Regina Anna Stuart, e nel tempo si è estesa ad altri oggetti, come traduzioni e lavori derivati, e attualmente copre una vasta gamma di opere, includendo via via mappe, spettacoli, dipinti, fotografie, registrazioni sonore, film e programmi informatici.
In Italia, nel 1848 Carlo Alberto, con lo Statuto Albertino, promulgò la inviolabilità di ogni forma di proprietà ivi inclusa quella sulle opere dell’ingegno.
Poi, nel 1941, arriva la Legge ancora attualmente in vigore (sia pur con modifiche), e per andare incontro alla crisi che aveva indotto una grave diminuzione di fatturato alle case discografiche vengono introdotti i “diritti connessi” ossia la dazione di un quid in favore dei produttori di musica e film; ciò si è poi sedimentato nel seguito, anche se le case produttrici a un certo punto non ne hanno più avuto bisogno.
La SIAE si propone come primo soggetto intermediatore di tali diritti. Essa esisteva dal 1882, ed è un Ente Pubblico Economico a base Associativa.
Per questo SIAE è sottoposta alla vigilanza della Presidenza del Consiglio dei Ministri, del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, del Ministero dell’Economia e delle Finanze e dell’AgCom, come garanzia di trasparenza e di buona gestione nei confronti degli associati e degli stessi utilizzatori.
SIAE è fuori dal perimetro della Finanza Pubblica, cioè non riceve finanziamenti diretti o indiretti da parte dello Stato.
Con l’avvento delle Radio e TV locali, è stato necessario determinare i quid dei compensi in maniera univoca; questo è stato fatto, come disponeva la Legge, tramite un DPCM il primo settembre 1975 (DPCM 1/9/1975) che fissava ciò nel 2% calcolato sugli incassi lordi degli utilizzatori.
Successivamente, a seguito della direttiva 2014/26/UE del Parlamento europeo e del Consiglio del 26 febbraio 2014 (la “Direttiva Barnier” che riconosce la possibilità di esistenza di altre società di collecting come Siae) è arrivato un nuovo DPCM a febbraio del 2015 (DPCM 22/2015) il quale stabilisce che i compensi debbano corrispondere ai criteri di equità e ragionevolezza, previa audit con gli utilizzatori.
Nel 2017 è seguito un altro dispositivo legislativo, cioè il DPR 35/2017, che regolamenta le modalità con cui i soldi raccolti per autori, editori, e aventi diritti connessi, debbano essere distribuiti.
La Siae, nell’imminenza dell’uscita del DPR, ha inviato a tutte le proprie sedi e alle associazioni di categoria una propria nota in cui diceva che si stava organizzando per fare ciò.
A tutt’oggi, però, non risulta né che la SIAE si sia organizzata e neppure che abbia provveduto a rivedere le proprie condizioni di Licenza.
Per cui, i soldi che incassa la SIAE, a chi vengono distribuiti, e come?
Assoradio ha rilevato queste mancanze, e in una lettera alla SIAE (che di fatto resta l’unico soggetto autorizzato da chi Legifera a incassare denaro per diritti d’Autore) ha chiesto di volersi adeguare alle norme in vigore e disporre una audit con tutte le Associazioni di Categoria, inclusa Assoradio stessa.
Staremo a vedere cosa accadrà.

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