Oneri di Sistema

Come tutti sappiamo, negli ultimi anni (più precisamente più o meno da quando l’Enel si “fece in quattro”) il costo dell’elettricità è aumentato notevolmente. E l’elettricità è uno dei servizi indispensabili per l’emittenza radio e televisiva.

In particolare, dal 2010 al 2019 l’aumento dei costi per l’utenza ha prodotto un finanziamento, grazie agli oneri di sistema, di circa 150 miliardi di euro che sono stati addebitati nelle bollette, quali misure parafiscali utilizzate per vari scopi, nell’intero sistema elettrico e pagate da tutti noi.

Ora si parla di un nuovo aumento che potrà arrivare fino al 40% (Quaranta per cento) delle bollette. Un aumento che è alle porte.

Se tutti -però- si lamentano e gli operatori di radiodiffusione crediamo siano fra i primi a farlo, nessuno o quasi si ricorda che il settore della radiotelevisione è un settore definito essenziale anche dal Governo (da ultimo lo riconfermò un anno fa Conte), e che radio e televisioni sono mezzi di pubblica utilità.

Dunque, se i refettori ecclesiastici, o le case di accoglienza in cui la Chiesa accoglie i senzatetto, e via discorrendo, godono di esenzioni speciali, tariffazioni riservate di tasse e iva eccetera perché svolgono un servizio socialmente utile, per quale motivo invece il sistema radiotelevisivo deve essere considerato alla stregua del Billionnaire di Briatore?

Il nostro, è un sistema le cui linee guida sono state tracciate sin dall’avvento della Legge Mammì (era il 1990…) per cui ci si è dovuti adeguare a tutta una serie di “regole” senza le quali non sarebbe stato riconosciuto il diritto a trasmettere.

Più in piccolo (molto più in piccolo) siamo un pò come la RAI. Ma la RAI percepisce un gettito derivante dal canone pubblico, e quella raccolta viene fatta attraverso le famigerate bollette della luce.

Crediamo che anche le emittenti private abbiano diritto a un canone pubblico, come la RAI (anche se molto più in piccolo, ma andrebbe bene), e che questo “canone” potrebbe consistere anche solo nell’azzeramento dei costi di energia. Chè -poi- in tal modo lo Stato avrebbe anche la possibilità di controllare chi consuma più del dovuto (i famosi trasmettitori extralarge, dove chi ha una potenza autorizzata di 500 watt stranamente consuma 5 kilowattora, ad esempio).

E ciò, in particolar modo spetterebbe quasi di diritto a chi fa informazione.

Anziché obbligare le emittenti ad assumere giornalisti (ché, di questo passo, resteranno presto senza editori), bene sarebbe ripristinare in qualche modo i vecchi contributi energetici, venuti meno all’incirca dal 2008.

Se il cittadino ha diritto a essere informato, beh… crediamo che anche l’editore abbia diritto a ricevere qualcosa semplicemente perché gestisce un servizio di pubblica utilità (in molti casi un vero servizio pubblico).

Se lo Stato non vuole impicciarsi nuovamente di questa materia, non potrebbero provvedervi le Regioni? Anziché (alcune si ed altre no) finanziare l’editoria con fondi pubblici, basterebbe alleviare le spese energetiche degli editori, magari creando dei veri parchi energetici (eolici, fotovoltaici, eccetera) da cui ricavare l’elettricità da rigirare poi al settore radiotelevisivo.

Così, oltretutto, probabilmente i costi finali sarebbero azzerabili o quasi.

Ma -forse- cose di questo genere sono complesse da pensare…

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